Faida, Mennetta in manette: scacco al capo dei girati

Arrestato il boss dei mille voltafaccia: si nascondeva a Scafati con due guardaspalle. Accusato di associazione e omicidio: avrebbe guidato il gruppo della Vanella Grassi nella guerra contro gli scissionisti

Mennetta arrestato nel luglio scorso
Mennetta arrestato nel luglio scorso
NAPOLI - Stavolta nessuna giravolta gli ha permesso di ingannare il destino. Accerchiato dagli agenti dalle Catturandi e dello Sco, Antonio Mennetta, 28 anni appena compiuti, ritenuto il capo del sodalizio di camorra della Vanella Grassi, si è arreso senza opporre resistenza, alle tre della scorsa notte. Il boss dei mille voltafaccia, uno dei protagonisti della nuova faida dell'area nord inserito nell'elenco dei cinque super-ricercati, si nascondeva lontano dalle strade che, stando alle indagini dei pm della Dda, anche per la sua ambizione criminale vedono scorrere sangue senza sosta da mesi. Era rintanato in una villetta a Scafati, in provincia di Salerno, protettto da due guardaspalle, padre e figlio, Antonio De Vita, 52 anni, Alberto De Vita, 24, arrestati con l'accusa di favoreggiamento.

CATTURATO DOPO LA FESTA DI COMPLEANNO - Ieri, 3 gennaio, Mennetta ha festeggiato il suo compleanno e per l'occasione alcuni fedelissimi gli hanno reso omaggio. E' stato decisivo, dunque, il monitoraggio degli spostamenti degli uomini ritenuti vicini al latitante per completare il quadro indiziario che lo collocava in una delle villette della zona residenziale di Scafati. Mennetta si era trasferito nella villa dove è stato catturato da circa un mese. In quella casa, assieme alla moglie e al figlio, aveva festeggiato il Capodanno e poi il compimento dei 28 anni. All'interno dell'abitazione sono state trovate, infatti, bottiglie di champagne e avanzi della cena di festa.
In piena notte, attorno alle 3.30, l'edificio videosorvegliato da telecamere e fino a poco prima protetto da numerose vedette, è stato circondato e l'intera area, comprendente numerose abitazioni simili, è stata interamente circoscritta dalla polizia.
"Sono Mennetta Antonio, mi arrendo", ha detto agli agenti il super-latitante, disarmato, accerchiato e resosi conto di aver ormai ampiamente esaurito la sua scorta di fortuna. C'erano alte possibilità di fuga: gli agenti avranno voluto evitare una replica dell'inseguimento dello scorso 22 luglio, quando Mennetta, intercettato dai carabinieri a San Pietro a Patierno, dove doveva incontrare la famiglia, tentò di scappare dai tetti. I militari riuscirono ad acciuffarlo, ma due giorni dopo il 28enne, accusato di associazione camorristica finalizzata allo spaccio di droga, fu scarcerato.

ARRESTATO E SCARCERATO NEL LUGLIO SCORSO - Il gip non convalidò il fermo ritenendo non sufficientemente provato il suo ruolo apicale in un nuovo e autonomo gruppo criminale basato nella Secondigliano vecchia rispetto al suo ruolo di capopiazza per i Di Lauro tracciato in una precedente inchiesta risalente agli anni della prima faida di Scampia. Ritenendo non vi fosse pericolo di fuga, nonostante il movimentato arresto avesse mostrato la tempra di Mennetta, il giudice aprì così le porte del carcere per "er Nino", come viene chiamato dai suoi.
Lo scacchiere dei clan dell'area nord era in rapida evoluzione: proprio in quelle settimane si andavano modificando gli assetti criminali che fino ad allora avevano visto gli Amato-Pagano e i clan di Scampia e Secondigliano alleati nel cartello scissionista e i Di Lauro confinato nel Rione dei Fiori dopo la guerra di camorra del 2004. Peso e posizione della Venella Grassi, che proprio in quei giorni iniziava a gettare le basi per il suo tentativo di scalata impossbile, non erano chiare perfino agli altri gruppi criminali, che credevano di averli alleati e se li sono ritrovati da un giorno all'altro contro.
Sei mesi, molto piombo e troppo, davvero troppo sangue dopo, il boss dei girati finisce in manette per omicidio e associazione a delinquere di stampo mafioso.

L'ASSALTO DEI KAMIKAZE DELLA VENELLA - Nuovi pentiti accusano "Ennino", ritenuto dalla Dda "soggetto scaltro e pericoloso, colui il quale ha tramato per tutti questi mesi tessendo alleanze e soprattutto tramando omicidi e vendette". E' il profilo di Mennetta tracciato nel decreto di fermo emesso a metà dicembre contro di lui e una serie di affiliati. Non ha nemmeno trent'anni, Ennino, ma ha attraversato tre faide di camorra, passando da un cartello all'altro: quella del 2004 tra clan Di Lauro e scissionisti, vissuta come affiliato alla cosca di Ciruzzo (e per l'attività svolta in quel periodo il 28enne era stato arrestato per poi essere scarcerato dal Riesame nel giugno del 2010), quella del 2007 con cui proprio i clan della Vanella, i Magnetti-Petriccione, si staccano dai Di Lauro per passare con gli Amato-Pagano (da qui nasce il soprannome di "girati"), e l'ultima, ancora in corso, che fra tradimenti e accordi segreti lo vedrebbe impegnato in prima linea nel progetto, ambizioso e suicida, di annientare i clan scissionisti che, relegati gli Amato-Pagano nell'hinterland, sono rimasti a gestire il mercato della droga di Scampia e Secondigliano: gli Abete-Abbinante-Notturno.

LA LISTA NERA DEI GIRATI - Dalla Venella, Antonio Mennetta, Rosario Guarino detto Joe Banana, e ciò che resta delle famiglie Magnetti e Petriccione falcidiate dagli arresti, avrebbero preparato la loro guerra totale. Il progetto, stando alle carte dell'anticamorra, era quello di decapitare il cartello delle famiglie scissioniste eliminando boss e personaggi chiave come Arcangelo Abbinante, figlio di Antonio Abbinante; Giovanni Esposito, detto 'o Muorto, zio di quest’ultimo; Raffaele Aprea e Antonio Leonardi, detto Chiappellone, "manager" della droga e del riciclaggio. E' la lista nera dei girati così come l'ha ricostruita ai magistrati Gianluca Giugliano, costituitosi quest'estate dopo l'omicidio di Gaetano Marino a Terracina per il timore di fare la stessa fine.
I Marino erano una delle famiglie saldamente inserite nel cartello scissonista. Ma facendo leva sulla loro insoddisfazione per la gestione del boss Arcangeo Abete (a capo del sodalizio dopo la rottura con gli Amato-Pagano guidati dal baby-boss ventenne Mariano Riccio) che i girati li convincono a passare dalla loro parte agli albori della nuova faida. "La mia piazza diventerà un impero", confessava alla madre i suoi piani di grandezza Ennino, senza sapere di essere intercettato. Anni dopo quel sogno nero è diventato un incubo di morte che divora guaglioni di sistema e vittime innocenti, stringendosi come un cappio attorno a boss, sicari e spacciatori, consumati dalla loro stessa avidità, dalla loro inaudita ferocia, dall'adesione a un codice di morte che non contempla più nemmeno la caricatura dell'onore di una ormai preistorica guapparia, ma solo missioni omicide che prevedono l'annientamento di bersagli disarmati, colti alle spalle, che non sanno nemmeno di essere nel mirino e che con clan e guerre di camorra non c'entrano niente.

L'OMICIDIO FAIELLO - Il boss della Vanella oggi è accusato di aver ucciso il 14 aprile del 2011 Antonello Faiello, un affiliato del clan Di Lauro che, insieme con Raffaele Di Lauro, figlio piccolo di Paolo, Luigi De Lucia e forse altri uomini era piombato in moto nella zona della Vanella Grassi per dare una lezione ai girati. Secondo il racconto degli affiliati finiti in manette negli ultimi mesi che hanno deciso di collaborare con la giustizia la spedizione punitiva del gruppo di dilauriani doveva essere la risposta al pestaggio, compiuto o ordinato dallo stesso Mennetta, di due ragazze del rione Berlingieri, zona sotto il controllo dei girati, che frequentavano affiliati ai Di Lauro, dunque dei "nemici". La circostanza, unita ad altre provocazioni ai danni degli uomini del Rione dei Fiori, spinge il commando ad entrare in azione, forse con l'intento di dare una lezione a quelli della Vanella senza uccidere nessuno.

COLPO DI GRAZIA - E' bene ricordare che allora - siamo nell'aprile dello scorso anno - il gruppo della Vanella è ancora "ufficialmente" legato al cartello scissionista, in fase di disgregazione per le tensioni tra Amato-Pagano da una parte, e Abete-Abbinante dall'altra. Il commando dei Di Lauro, trovatosi di fronte un gruppo di girati, ha la peggio. In via Dante a Secondigliano il giovane Di Lauro è risparmiato in virtù del nome che porta, ma Luigi De Lucia viene ferito e Antonio Faiello, detto Al Pacino, finisce ammazzato con cinque proiettili in corpo. "Fu proprio Mennetta a dargli il colpo finale alla testa dopo essere scampato egli stesso alla morte perché la vittima era armata", ha raccontato Giovanni Illiano, il pentito che ha ricostruito una serie di omicidi e permesso l'arresto di alcuni esponenti di spicco del clan, non ultimo Arcangelo Abbinante.

ACCORDI E TRADIMENTI - Dopo quel macello, Mennetta sembra riuscire a volgere una situazione infernale a suo vantaggio. Almeno all'apparenza. Stando al racconto dei collaboratori di giustizia, incontra Marco Di Lauro e stabilisce con il boss latitante una sorta di patto non belligeranza quando ormai i piani di conquista della Vanella devono essere cosa nota. Il figlio di Ciruzzo, latitante da nove anni, con il suo clan relegato nella sola roccaforte storica, cosa ha mai da perdere da una carneficina e da una prevedibile ondata di arresti che spazzi via in un colpo solo molti dei "traditori" della faida del 2004 (gli Abbete, gli Abbinante, i Notturno) e gli irrequieti guaglioni della Vinella, che pure si sono "avotati" contro il clan un tempo padrone dell'area nord, anche se qualche anno dopo. Il narcos Leonardi, nella lista della morte dei girati, un nipote massacrato ai primi fuochi della nuova faida, passerebbe così con loro, garentendo presumibilmente al sodalizio canali per l'approvigionamento di stupefacenti e risorse economiche. 

L'ACCORDO CON GLI AMATO-PAGANO - Ma quello con Marco Di Lauro non sarebbe stato l'unico summit tra super-ricercati. Stando a quanto raccontato da Illiano, esponenti di vertice dei girati avrebbero incontrato anche Mariano Riccio, il giovane reggente degli Amato-Pagano (è il genero del boss Cesare Pagano) pure lui inserito nella famosa lista dei cinque ricercati più pericolosi. Non ne sarebbe nata una vera e propria alleanza, ma differentemente a quanto pensato fino a pochi giorni fa, gli spagnoli non sarebbero stati propriamente neutrali nello scontro in atto.
Decapitati da arresti eccellenti, ridimensionati dopo le frizioni con i colonnelli del cartello di Scampia e Secondigliano, infine confinati a Melito e Mugnano al termine della cosiddetta scissione della scissione, culminata con i cinque morti in dieci giorni del gennaio 2011, gli Amato-Pagano avrebbero garantito segretamente appoggio (armi, nascondigli, gruppi di fuoco?) ai girati della Vinella, in guerra proprio con le famiglie protagoniste della loro "cacciata" dalla città. Una situazione quasi speculare a quella dei Di Lauro.

GIOCO AL MASSACRO - Da mesi le pistole di una parte e dell'altra hanno sparato, ferito, ucciso, giustiziato, massacrato, mosse dall'ambizione, dalla ferocia, dalla cupidigia, dalla vendetta. Killer imbottiti di cocaina, ragazzini armati e messi a sorvegliare i bunker dello spaccio, innocenti massacrati "per sbaglio", sparatorie contro gli uomini delle forze dell'ordine, agguati negli asili. Una gioco al massacro che non può esser vinto da nessuno, una spirale distruttiva che prima o poi ingoierà chiunque cerchi di dominarla, un destino segnato: è solo una questione di tempo. Arcangelo Abete e suo figlio Mariano, Rosario Guarino, Raffaele Notturno, Antonio Leonardi e, infine, Antonio Mennetta. Boss, emergenti, fuggiaschi, pusher, gregari: colpo su colpo le forze dell'ordine e la magistratura stringono il cerchio. Come dopo ogni faida. La risposta militare dello Stato, prima o poi, estirpa le malepiante. Restano latitanti Mariano Riccio e Marco Di Lauro, i due boss che nell'ombra probabilmente hanno tratto più vantaggi dalla nuova faida. Arriverà anche il loro momento. Quello delle istituzioni che da vent'anni blaterano senza mai dare le risposte che dovrebbero completare l'opera che gli inquirenti e le forze dell'ordine hanno mostrato con capacità, determinazione e sacrificio di essere in grado di assicurare, lo stiamo ancora aspettando.